Avere il coraggio di fare un film su Facebook nel 2010 è roba da gente grossa.
Da campioni di un'altra categoria.
Da gente come David Fincher (lo ricordiamo? sì, lo ricordiamo: Seven/Fight Club/Zodiac).
Tutto e il contrario di tutto si può dire aprioristicamente sui principi se vogliamo morali di scegliere un plot simile (che genera chiaramente hype a pacchi alla sola idea), ma quando ci si immerge nel ritmo infernale che avvolge le intere due ore di pellicola (dialoghi che in un qualsiasi altro film avrebbero occupato almeno il doppio del tempo) si viene travolti e basta; shakerati in un trip di parole e immagini senza sosta, perfetta rappresentazione metaforica della seconda vita digitale che (quasi) ognuno di noi possiede.
La strabiliante mano registica di Fincher e l'inarrestabile montaggio di Baxter e Wall (premiati giustamente con la statuetta placcata in oro) animano gli schizoidi e geniali percorsi mentali del giovane Zuckerberg (magnifico Jesse Eisenberg), autentico Re Mida dei giorni nostri, negli anni immediatamente precedenti il boom dello strumento mediatico che ha cambiato il mondo.
Tutto procede a una velocità inaudita in questo perfetto congegno a orologeria, e non c'è mai – mai – una caduta di tensione, o anche un solo leggero cedimento strutturale.
Una corsa senza respiro fino alla sequenza finale che fa tirare il fiato e regala al film quel colore che gli mancava per diventare un Capolavoro (cosa che appunto, è).
Imperdibile, da spellarsi le mani.
E trionfatore assoluto, senza alcun dubbio, del mio personale classificone di fine Stagione.
Dall'apprezzato omonimo bestseller di Kazuo Ishiguro arriva questo straziante e letteralmente devastante dramma sentimentale (ma la chiave più interessante riguarda l'analisi esistenzialista dei giovani (?) protagonisti del film) che è un pò la vera grande sorpresa di questa Stagione.
Una pellicola sulla quale è criminoso accennare anche solo una riga di trama, ed uno di quei rari casi in cui lasciar fluire il corso naturale delle emozioni fino alla catarsi totale.
Forse la cosa più dilaniante vista negli ultimi anni, arricchita da una abbacinante fotografia di rara bellezza e dalle sentite e commoventi interpretazioni di Carey Mulligan, Andrew Garfield e Keira Knightley.
Soprattutto la Mulligan, una spanna sopra gli altri, si carica addosso tutto il peso dello struggimento e del dolore, arrivando a bucare lo schermo con un intensità che mi viene da prendere il fazzoletto al solo ricordo.
Vorrei parlarne di più e vorrei non parlarne per niente… ma questa è una roba di quelle che non si dimenticano.
Un avviso: sono armato fino ai denti per difendere questa posizione, che sarà certamente contestata dai più.
Eppure, lo dico, Cortès ha fatto quello che Hitchcock avrebbe fatto se fosse ancora vivo, sin dai titoli di testa (come non rievocare le geometrie di Saul Bass mentre si sprofonda sette piedi sotto il suolo?).
Ci si interroga spesso sui limiti estetici ed espressivi di una forma d'arte (il Cinema) che ha ormai da tempo soffiato le cento candeline, riflettendo sull'impossibilità di essere realmente innovativi o quantomeno capaci di avventurarsi in schemi coraggiosi e terreni vergini.
Buried risponde con maestria a questi dilemmi riuscendo in una scommessa che in molti davano perduta a priori: mettere in scena un singolo attore in una singola location per 95 minuti.
Impresa che sfiora l'impossibile nel momento in cui si scopre che la location è in realtà una bara di legno, e che le uniche luci del film sono quelle prodotte dal display del telefono cellulare del protagonista, e che pure il commento sonoro è lasciato ai margini estremi della rappresentazione.
Eppure tutto scorre con un dinamismo impressionante, con un sottofondo di humor nero (anche questo di chiara matrice hitchockiana) destabilizzante ed oppressivo, e la macchina da presa che fa letteralmente i miracoli per oltrepassare i confini logistici di un'ambientazione che sulla carta non avrebbe consentito nulla.
Anche l'aspetto metacinematografico raggiunge l'eccellenza negli interminabili minuti di buio totale che aprono la pellicola e che condiscono l'agghiacciante evolversi degli eventi.
E c'è anche tempo per una feroce critica al colonialismo americano dell'era Bush (di fatto il primo film di guerra ambientato al di fuori del campo di battaglia, con una soggettiva completamente innovativa sull'argomento).
95 minuti così. Al buio. Sotto terra.
Provateci, se siete capaci.
Dopo il deludente Il caimano, forse l'unico vero passo falso di una carriera impeccabile e sempre densa di importantissimi "turning point", Nanni Moretti (forse non il più bravo, ma certamente il nostro cineasta più importante attualmente in circolazione) torna agli antichi fasti con uno splendido racconto metaforico ed esistenziale.
Chi ci ha colto solo un feroce assalto al Vaticano (o viceversa chi invece ha evidenziato il desiderio del regista di sottileare con affetto l'aspetto umano del corpo ecclesiastico) ha letto solo metà del film; dietro c'è una riflessione amara e malinconica sul tempo passato e le possibilità perdute, sui conflitti tra cuore e spirito, sul ricordo.
Forse leggermente scollato nei ritmi, ma sorretto dal più grande attore europeo sulla piazza (assieme a Toni Servillo): uno struggente Michel Piccoli.
Il film migliore di Moretti dai tempi dell'inarrivabile Caro Diario.
Al termine dello splendido Gone baby gone non esitai a definire pubblicamente Ben Affleck il "Clint Eastwood dell'America che verrà"; affermazione che ribadisco adesso con forza dopo la visione di questa opera seconda, di certo non altrettanto folgorante come quella che l'ha preceduta, ma allo stesso modo importante e "definitiva".
Definitiva perchè stabilisce i confini di un Cinema (quello di Affleck, appunto) che punta a riscoprire il classicismo e l'epica narrativa della provincia statunitense.
Film girato con sensibilità e rigore, con i tempi giusti e nessuna concessione alla spettacolarizzazione; un film "serio", come si giravano nei '70; e come oggi continua a girarli solo il vecchio leone sopra citato.
Affleck ha scoperto la sua vera natura, e noi siamo più contenti di lui.
Nel cinema il pugilato è (quasi) sempre garanzia di successo.
Sarà perchè va a smuovere le fondamenta più classiche dell'epica, o perchè gli attori chiamati in causa riescono a fornire nella quasi totalità dei casi grandi performance, o semplicemente perchè il film di boxe si avvita nella sua semplicità attorno agli archetipi principali di un certo tipo di rappresentazione della settima arte.
The fighter non fa eccezione, anche se l'asso vincente non è l'attore protagonista (Mark Wahlberg, vero artefice dell'intero progetto) ma il suo magnifico comprimario, quel meraviglioso Christian Bale che riesce finalmente ad accaparrarsi i meritatissimi elogi che da sempre merita (con annesso Oscar).
Cinema classico (alla stessa stregua di The town, non a caso appaiati in una ideale doppietta in questa top10), "eastwoodiano"; solidissimo eppure dinamico come un balletto sul ring.
L'eclettico John Cameron Mitchell cambia nuovamente registro (e mai lo aveva fatto in maniera così brusca) addentrandosi in un classico dramma da camera sulla rielaborazione di un lutto familiare, tema ormai abusatissimo e sempre rischioso eppure sempre degno di interesse.
In questo caso specifico è il magnifico duello d'attori (Nicole Kidman e Aaron Eckhart, entrambi in una forma clamorosa) a reggere tutte le dinamiche emozionali.
Come una pièce teatrale, i due si muovono sulla scena mettendo a nudo ogni minimo moto dell'anima con una passione viscerale e realmente toccante, incasellati in un racconto asciutto, raffinato e mai sopra le righe.
Commozione sincera, autentica.
Io ho grossi problemi con Darren Aronofsky.
Vorrei che fosse più onesto, meno supponente, e che non avesse la presunzione "VonTrier-iana" di giocare in maniera così "fighetta" con la psicanalisi e la filosofia.
The wrestler è la sua cosa migliore anche perchè per una volta è stato sincero, tirando fuori un film "di" pancia e non "per la" pancia.
L'equilibrio tra onestà intellettuale e talento artistico è estremamente labile di suo, e quando ci si imbatte in registi abili e con molte carte nel mazzo (è appunto il suo caso) il rischio di incappare in una sorta di bluff – paradossalmente – aumenta.
Il cigno nero si regge su un equilibrio sottilissimo, e se a volte sconfina nell'eccesso (la gratuita scena di follia della Ryder) e nel cattivo gusto (la superficiale idea di giocare a fare il Bergman con il bianco ed il nero), è altresì vero che possiede una forza viscerale (che arriva fondamentalmente da una fotografia inquieta e angosciante) che ne fa un oggetto di sicuro fascino.
E poi lei, Natalie Portman; forse il vero motivo per il quale questo film si trova in top10.
Santa subito.
Con una forza espressiva non lontana dai grandi exploit di Martin Scorsese, l'esordiente David Michôd convince tutti (a partire dal Sundance) e cesella con estremo e cinico rigore un ritratto fuori dagli schemi di una famiglia malavitosa degli antipodi (è spiazzante vedere Australia e Nuova Zelanda al centro di un classico plot "newyorchese") "gestita" da una fenomenale Jacki Weaver.
Al di fuori della morale e dei giudizi, il grande merito di Animal Kingdom è proprio quello di trattare il crimine (e le sue inquietanti e morbose derive) con occhio antropologico, per restituirne un feroce e crudo "studio sociale".
Il "piccolo Bowie" torna dietro la macchina da presa dopo aver stupito mezzo mondo con il metafisico Moon, uno dei migliori esordi degli ultimi tempi.
Con questo complesso ed affascinante puzzle di rimandi temporali non ripete il miracolo ma preserva tutte le ottime impressioni guadagnate in precedenza e soprattutto conferma che si può essere ancora intelligenti in ambito fantascientifico.
Avrebbe meritato una maggiore visibilità, ma l'uscita in coda di Stagione ha contribuito ad una distribuzione zoppicante.
Bravo Jake Gyllenhaal, come sempre.