countryfeedback è un blog a impatto zero

Da oggi posso finalmente urlare al mondo che il mio blog è a impatto zero!

Partecipando alla lodevole iniziativa ambientalista promossa da DoveConviene.it, il sito che aggrega tutti i volantini promozionali e li rende consultabili online, ho permesso ad un nuovo albero di vedere la luce in una zona boschiva a rischio di desertificazione.

L’iniziativa è molto semplice: per ogni blog che aderisce al progetto DoveConviene pianta un albero la cui produzione di ossigeno andrà a compensare le emissioni di anidride carbonica prodotte dal mio sito.

Forse non tutti sanno che in media un sito internet si fa carico ogni anno dell’emissione di 3,6 kg di CO2, a fronte di ciò invece un albero è in grado di assorbirne fino a 5 kg all’anno. Il bilancio finale è a favore dell’ossigeno, il mio blog ne guadagna, l’ambiente ne guadagna e con lui tutti noi.

DoveConviene tramite l’attività di distribuzione di volantini in formato elettronico si sta facendo portavoce di una nuova tendenza mirata alla diminuzione dell’utilizzo e spreco di carta per scopi pubblicitari. Tutti i più popolari e diffusi volantini, come quelli di Ikea,
Mercatone Uno,
Mondo Convenienza, sono ora disponibili anche online, consultabili al pc ma anche tramite apposite applicazioni per iPhone, iPad e Android.

I volantini inoltre sono facilmente consultabili, eccone degli esempi:

Mediaworld -> http://www.doveconviene.it/volantino/mediaworld

Euronics -> http://www.doveconviene.it/volantino/euronics

Decathlon -> http://www.doveconviene.it/volantino/decathlon

In 12 mesi di attività sono stati già piantati più di 1.000 alberi, ma l’iniziativa non si ferma qui e per i prossimi mesi la sfida lanciata è ancora più ardua: piantare altri 1000 alberi entro la fine di agosto. Se l’intento riuscirà altri alberi verranno aggiunti al computo totale come premio alla zelanza dei blogger italiani. Perciò partecipiamo tutti numerosi!

Per chi vuole approfondire nel dettaglio sull’iniziativa vi invito a visitare http://www.iplantatree.org/project/7

2011, we all go back to where we belong (?)

Questo blog va avanti col respiratore artificiale ma se ci sono tre cose che lo tengono in vita sono i classificoni cinematografici e musicali di fine anno, e il rituale post che fa da bilancio al 31 dicembre.

Il 2011 è stato un anno complicato, perennemente in bilico tra momenti belli e mood negativi; è stato l’anno di In a safe place e quello dello scioglimento della band della mia vita; l’anno di una ritrovata coscienza civica e di continue analisi di molti rapporti umani.
E di un sacco di altre cose.

Un anno complicato dunque.
Ma migliore degli ultimi due, e questo è un buon segno.

Buon 2012 ad ognuno di voi (a maggior ragione se i Maya ci prenderanno).

Stagione cinematografica 2010/11 [1-10]

thesocialnetwork
Avere il coraggio di fare un film su Facebook nel 2010 è roba da gente grossa.
Da campioni di un'altra categoria.
Da gente come David Fincher (lo ricordiamo? sì, lo ricordiamo: Seven/Fight Club/Zodiac).
Tutto e il contrario di tutto si può dire aprioristicamente sui principi se vogliamo morali di scegliere un plot simile (che genera chiaramente hype a pacchi alla sola idea), ma quando ci si immerge nel ritmo infernale che avvolge le intere due ore di pellicola (dialoghi che in un qualsiasi altro film avrebbero occupato almeno il doppio del tempo) si viene travolti e basta; shakerati in un trip di parole e immagini senza sosta, perfetta rappresentazione metaforica della seconda vita digitale che (quasi) ognuno di noi possiede.
La strabiliante mano registica di Fincher e l'inarrestabile montaggio di Baxter e Wall (premiati giustamente con la statuetta placcata in oro) animano gli schizoidi e geniali percorsi mentali del giovane Zuckerberg (magnifico Jesse Eisenberg), autentico Re Mida dei giorni nostri, negli anni immediatamente precedenti il boom dello strumento mediatico che ha cambiato il mondo.
Tutto procede a una velocità inaudita in questo perfetto congegno a orologeria, e non c'è mai – mai – una caduta di tensione, o anche un solo leggero cedimento strutturale.
Una corsa senza respiro fino alla sequenza finale che fa tirare il fiato e regala al film quel colore che gli mancava per diventare un Capolavoro (cosa che appunto, è).
Imperdibile, da spellarsi le mani.
E trionfatore assoluto, senza alcun dubbio, del mio personale classificone di fine Stagione.
 
nonlasciarmi
Dall'apprezzato omonimo bestseller di Kazuo Ishiguro arriva questo straziante e letteralmente devastante dramma sentimentale (ma la chiave più interessante riguarda l'analisi esistenzialista dei giovani (?) protagonisti del film) che è un pò la vera grande sorpresa di questa Stagione.
Una pellicola sulla quale è criminoso accennare anche solo una riga di trama, ed uno di quei rari casi in cui lasciar fluire il corso naturale delle emozioni fino alla catarsi totale.
Forse la cosa più dilaniante vista negli ultimi anni, arricchita da una abbacinante fotografia di rara bellezza e dalle sentite e commoventi interpretazioni di Carey Mulligan, Andrew Garfield e Keira Knightley.
Soprattutto la Mulligan, una spanna sopra gli altri, si carica addosso tutto il peso dello struggimento e del dolore, arrivando a bucare lo schermo con un intensità che mi viene da prendere il fazzoletto al solo ricordo.
Vorrei parlarne di più e vorrei non parlarne per niente… ma questa è una roba di quelle che non si dimenticano.
 
buried
Un avviso: sono armato fino ai denti per difendere questa posizione, che sarà certamente contestata dai più.
Eppure, lo dico, Cortès ha fatto quello che Hitchcock avrebbe fatto se fosse ancora vivo, sin dai titoli di testa (come non rievocare le geometrie di Saul Bass mentre si sprofonda sette piedi sotto il suolo?).
Ci si interroga spesso sui limiti estetici ed espressivi di una forma d'arte (il Cinema) che ha ormai da tempo soffiato le cento candeline, riflettendo sull'impossibilità di essere realmente innovativi o quantomeno capaci di avventurarsi in schemi coraggiosi e terreni vergini.
Buried risponde con maestria a questi dilemmi riuscendo in una scommessa che in molti davano perduta a priori: mettere in scena un singolo attore in una singola location per 95 minuti.
Impresa che sfiora l'impossibile nel momento in cui si scopre che la location è in realtà una bara di legno, e che le uniche luci del film sono quelle prodotte dal display del telefono cellulare del protagonista, e che pure il commento sonoro è lasciato ai margini estremi della rappresentazione.
Eppure tutto scorre con un dinamismo impressionante, con un sottofondo di humor nero (anche questo di chiara matrice hitchockiana) destabilizzante ed oppressivo, e la macchina da presa che fa letteralmente i miracoli per oltrepassare i confini logistici di un'ambientazione che sulla carta non avrebbe consentito nulla.
Anche l'aspetto metacinematografico raggiunge l'eccellenza negli interminabili minuti di buio totale che aprono la pellicola e che condiscono l'agghiacciante evolversi degli eventi.
E c'è anche tempo per una feroce critica al colonialismo americano dell'era Bush (di fatto il primo film di guerra ambientato al di fuori del campo di battaglia, con una soggettiva completamente innovativa sull'argomento).
95 minuti così. Al buio. Sotto terra.
Provateci, se siete capaci.
 
habemuspapam
Dopo il deludente Il caimano, forse l'unico vero passo falso di una carriera impeccabile e sempre densa di importantissimi "turning point", Nanni Moretti (forse non il più bravo, ma certamente il nostro cineasta più importante attualmente in circolazione) torna agli antichi fasti con uno splendido racconto metaforico ed esistenziale.
Chi ci ha colto solo un feroce assalto al Vaticano (o viceversa chi invece ha evidenziato il desiderio del regista di sottileare con affetto l'aspetto umano del corpo ecclesiastico) ha letto solo metà del film; dietro c'è una riflessione amara e malinconica sul tempo passato e le possibilità perdute, sui conflitti tra cuore e spirito, sul ricordo.
Forse leggermente scollato nei ritmi, ma sorretto dal più grande attore europeo sulla piazza (assieme a Toni Servillo): uno struggente Michel Piccoli.
Il film migliore di Moretti dai tempi dell'inarrivabile Caro Diario.
 
thetown
Al termine dello splendido Gone baby gone non esitai a definire pubblicamente Ben Affleck il "Clint Eastwood dell'America che verrà"; affermazione che ribadisco adesso con forza dopo la visione di questa opera seconda, di certo non altrettanto folgorante come quella che l'ha preceduta, ma allo stesso modo importante e "definitiva".
Definitiva perchè stabilisce i confini di un Cinema (quello di Affleck, appunto) che punta a riscoprire il classicismo e l'epica narrativa della provincia statunitense.
Film girato con sensibilità e rigore, con i tempi giusti e nessuna concessione alla spettacolarizzazione; un film "serio", come si giravano nei '70; e come oggi continua a girarli solo il vecchio leone sopra citato.
Affleck ha scoperto la sua vera natura, e noi siamo più contenti di lui.
 
thefighter
Nel cinema il pugilato è (quasi) sempre garanzia di successo.
Sarà perchè va a smuovere le fondamenta più classiche dell'epica, o perchè gli attori chiamati in causa riescono a fornire nella quasi totalità dei casi grandi performance, o semplicemente perchè il film di boxe si avvita nella sua semplicità attorno agli archetipi principali di un certo tipo di rappresentazione della settima arte.
The fighter non fa eccezione, anche se l'asso vincente non è l'attore protagonista (Mark Wahlberg, vero artefice dell'intero progetto) ma il suo magnifico comprimario, quel meraviglioso Christian Bale che riesce finalmente ad accaparrarsi i meritatissimi elogi che da sempre merita (con annesso Oscar).
Cinema classico (alla stessa stregua di The town, non a caso appaiati in una ideale doppietta in questa top10), "eastwoodiano"; solidissimo eppure dinamico come un balletto sul ring.
 
rabbithole
L'eclettico John Cameron Mitchell cambia nuovamente registro (e mai lo aveva fatto in maniera così brusca) addentrandosi in un classico dramma da camera sulla rielaborazione di un lutto familiare, tema ormai abusatissimo e sempre rischioso eppure sempre degno di interesse.
In questo caso specifico è il magnifico duello d'attori (Nicole Kidman e Aaron Eckhart, entrambi in una forma clamorosa) a reggere tutte le dinamiche emozionali.
Come una pièce teatrale, i due si muovono sulla scena mettendo a nudo ogni minimo moto dell'anima con una passione viscerale e realmente toccante, incasellati in un racconto asciutto, raffinato e mai sopra le righe.
Commozione sincera, autentica.
 
ilcignonero
Io ho grossi problemi con Darren Aronofsky.
Vorrei che fosse più onesto, meno supponente, e che non avesse la presunzione "VonTrier-iana" di giocare in maniera così "fighetta" con la psicanalisi e la filosofia.
The wrestler è la sua cosa migliore anche perchè per una volta è stato sincero, tirando fuori un film "di" pancia e non "per la" pancia.
L'equilibrio tra onestà intellettuale e talento artistico è estremamente labile di suo, e quando ci si imbatte in registi abili e con molte carte nel mazzo (è appunto il suo caso) il rischio di incappare in una sorta di bluff – paradossalmente – aumenta.
Il cigno nero si regge su un equilibrio sottilissimo, e se a volte sconfina nell'eccesso (la gratuita scena di follia della Ryder) e nel cattivo gusto (la superficiale idea di giocare a fare il Bergman con il bianco ed il nero), è altresì vero che possiede una forza viscerale (che arriva fondamentalmente da una fotografia inquieta e angosciante) che ne fa un oggetto di sicuro fascino.
E poi lei, Natalie Portman; forse il vero motivo per il quale questo film si trova in top10.
Santa subito.
 
animalkingdom
Con una forza espressiva non lontana dai grandi exploit di Martin Scorsese, l'esordiente David Michôd convince tutti (a partire dal Sundance) e cesella con estremo e cinico rigore un ritratto fuori dagli schemi di una famiglia malavitosa degli antipodi (è spiazzante vedere Australia e Nuova Zelanda al centro di un classico plot "newyorchese") "gestita" da una fenomenale Jacki Weaver.
Al di fuori della morale e dei giudizi, il grande merito di Animal Kingdom è proprio quello di trattare il crimine (e le sue inquietanti e morbose derive) con occhio antropologico, per restituirne un feroce e crudo "studio sociale".
 
sourcecode
Il "piccolo Bowie" torna dietro la macchina da presa dopo aver stupito mezzo mondo con il metafisico Moon, uno dei migliori esordi degli ultimi tempi.
Con questo complesso ed affascinante puzzle di rimandi temporali non ripete il miracolo ma preserva tutte le ottime impressioni guadagnate in precedenza e soprattutto conferma che si può essere ancora intelligenti in ambito fantascientifico. 
Avrebbe meritato una maggiore visibilità, ma l'uscita in coda di Stagione ha contribuito ad una distribuzione zoppicante.
Bravo Jake Gyllenhaal, come sempre.

Stagione cinematografica 2010/11 [11-20]

127ore
L'eclettico Danny Boyle smaltisce la sbornia degli Oscar di tre anni fa con questo one-man show che strizza l'occhio a Into a wild e attacca le retine dell'audience con un serratissimo montaggio Mtv-generation e una fotografia satura e travolgente.
La storia (vera) di un alpinista che rimane incastrato nei canyon dello Utah e lì rimane per 127 ore fino al compiersi di un gesto estremo che risolverà la situazione; James Franco trasfigura con impressionante aderenza un personaggio formidabile e restituisce la vera anima pulsante ad una pellicola che con i suoi difetti (un approccio più minimalista avrebbe sicuramente giovato anche se si sa, Boyle è uno che non va mai molto per il sottile) riesce comunque a tenere viva l'attenzione e a rimanere sotto pelle.
 
urlo
Stimolante e poetico ritratto del mai dimenticato Allen Ginsberg e di tutto il clamore che sollevò il suo più celebre scritto ("Howl").
E' un film sperimentale e multidimensionale (alterna bianco e nero di pseudo-archivio, colore, e sequenze animate – forse l'unico elemento ridondante) che riesce anche a trasmettere il fuoco della beat generation e dei grandi poeti che lo animavano; grosso del merito ancora a James Franco, attore ormai sempre in parte e autentica garanzia di successo.
Non per tutti, ma vale la pena dare uno sguardo a quell'America vera, pulsante, romantica, intensa.
 
ildiscorsodelre
Il trionfatore di questa edizione degli Academy Awards è un'interessante (anche se sostanzialmente sopravvalutatissima) pellicola tutta incentrata sui problemi di balbuzie che afflissero Re Giorgio VI; un soggetto atipico eppure vincente.
Merito di una sagace scrittura che sfrutta la sottotrama del rapporto tra il Re e il suo logopedista (un Geoffrey Rush che fa gara di bravura con il protagonista Colin Firth) per raccontare tutto quello che la narrazione superficiale non esplica.
Splendidamente fotografato e montato, è stato il fenomeno britannico dell'anno; un film che probabilmente non resterà ma che ha avuto quantomeno il merito di offrire – per una volta – un'impeccabile ricostruzione storica al servizio della fiction.
 
americanlife
Giunge con due anni di ritardo rispetto all'uscita statunitense questo delicato e tenero road movie firmato da Sam Mendes, che dopo l'inferno di Revolutionary Road continua ad esplorare equilibri e aspetti del rapporto uomo-donna con una sensibilità che forse in pochi avrebbero potuto prevedere.
Il tratto gentile col quale dipinge questo intimo quadretto familiare è forse il più chiaro segno di una definitiva maturità artistica ormai pienamente raggiunta.
Scrive Dave Eggers e musica Alexi Murdoch.
Se mai un giorno dovessi avere un figlio, vorrei vivermi l'attesa come fa Burt.
 
killmeplease
Il Cinema d'Oltralpe si muove su binari (quasi) sempre atipici e anticonvenzionali, spesso fallendo nell'impresa di coniugare velleità artistiche e senso ultimo del racconto, e a volte (come in questo caso) riuscendo a mantenere in equilibrio tutte le parti in causa; Kill me please è un oggetto oscuro e affascinante, sin dalla fotografia (un bianco e nero pesantemente virato su tinte blu) e dalla particolarissima idea di partenza.
L'aspetto grottesco della sceneggiatura (dei personaggi, in particolar modo) è forse un pò troppo calcato, e non sempre si ha l'impressione che tutto sia a fuoco: ad ogni modo, una pellicola da recuperare e alla quale dedicarsi con l'attenzione che merita.
 
ilgrinta
E' forse paradossale che il più grande incasso della carriera dei brillanti fratellini del Minnesota sia questo remake (nell'originale John Wayne vinse il suo unico Oscar): un western profondamente classico che quasi mai fa trasparire la mano dei loro Autori, troppo impegnato a raccontare con un certo rigore formale e una dedizione quasi amorevole nei confronti del film di Hathaway.
Per quanto mi riguarda, l'ultimo grande film dei Coen rimane L'uomo che non c'era… e non riesco a non allineare anche questo Il Grinta alla loro discutibile filmografia degli ultimi dieci anni.
Con Jeff Bridges, Matt Damon e Josh Brolin.
 
cars2
Dopo 16 anni di continue meraviglie e 11 film pressochè perfetti, la Pixar tira i remi in barca e per la prima volta non convince.
Doveva accadere, prima o poi… e la responsabilità è proprio del patron Lasseter.
Il problema risiede sostanzialmente nell'idea di "splittare" su due binari la narrazione: da una parte il puro entertainment figlio del primo (bellissimo) episodio, dall'altra l'idea di utilizzare una sottotrama spy per aggiungere corposità al racconto.
Il risultato è un film privo di identità, troppo elaborato per piacere ai più piccoli, e troppo superficiale per convincere i palati più fini.
I personaggi introdotti ex-novo nulla aggiungono, e i vecchi si assestano su reiterati schematismi che da subito mostrano la corda; rimane l'intramontabile magia Pixar ed una pazzesca tecnica che, da sola, vale il prezzo del biglietto.
 
ungelidoinverno
Vincitore del Sundance 2010 (e quindi sinonimo di altissima qualità) ed unanimemente acclamato dalla critica stelle e strisce, Un gelido inverno è un classico racconto di frontiera (in senso lato) che si appoggia quasi per intero alla strabiliante performance della splendida Jennifer Lawrence, impegnata in una sofferente e cruda ricerca del padre in giro per le badlands americane.
Bello, e privo di retorica… ma anche di quella forza dirompente che mi aspettavo.
 
laversionedibarney
Chi ha letto il bestseller di Mordecai Richler ha attaccato con decisione questa trasposizione di Richard J. Lewis; si rimprovera sostanzialmente un eccessivo ammorbidimento e l'utilizzo di caratteri ed espressioni un pò troppo concilianti e levigati.
Svincolando la pellicola dalla sua matrice originaria, quello che resta non convince per altri motivi (frammentario, ritmi spezzati non sempre funzionali, eccessiva durata) ma ci consegna un Paul Giamatti in stato di grazia, capace di commuovere con un semplice battito di ciglia o una intellegibile mutazione del sorriso.
Un attore clamoroso, degno di ogni sperticata lode.
 
unavitatranquilla
Chi ricorda il bellissimo A history of violence di Cronenberg non potrà non associarlo quasi instantaneamente a questo dramma di genere affidato per intero alla solida figura di Toni Servillo (miglior attore europeo in circolazione?).
In una stagione anche leggermente migliore di questa non avrei esitato a declassarlo dalla top20 ma una bella costruzione del pathos (nella scena della cantina, ad esempio) e una tensione da noir ben calibrata lo salvano atribuendogli una dignitosissima sufficienza.

Stagione cinematografica 2010/11 [Fuori classifica]

amoreealtririmediLuoghi comuni e banalità a profusione in questa Love Story dei giorni nostri; o meglio dei giorni gloriosi della Pfizer, con Jake Gyllenhaal a rilevare Ryan O'Neal e Anne Hathaway (donna dell'anno, ndr) che batte il cinque ad Ali MacGraw.
Inconcludente e vacuo.

biutifulIl terrorista Iñárritu alle prese con l'ennesimo ricatto emotivo: evidentemente non ancora soddisfatto dalla chiusura della "trilogia sulla morte" (Amores Perros, 21 Grammi, Babel) insiste sugli amati schemi a grana grossa e, se possibile, va anche oltre le già esagerate parabole dei film precedenti.
Bardem è bravissimo ma non ce la fa a reggere il peso di un'apocalittica sequela di sventure alle quali il suo personaggio deve soccombere; il menagramo Iñárritu inveisce scambiando l'umana pietà con un masochismo fine a se stesso che è così esagerato da annullare anche qualsiasi tentativo di empatica immedesimazione con lo stesso Bardem.
Da evitare, o al limite da fruire con amuleti di varia forgia a portata di mano.

borisChi è fan di Boris, il più grosso fenomeno televisivo italiano underground degli ultimi anni, si è approcciato alla (superflua) trasposizione su grande schermo con legittimo scetticismo immaginando una sostanziale debacle della verve narrativa, la sofferenza della lunga distanza, un riciclo senza ritegno di qualsiasi personaggio apparso nel serial e una perdita radicale dell'effetto corrosivo dello scritto originario.
Anch'io, da fan del telefilm, ho avuto questi pregiudizi aprioristici ma nella vita si sa, le aspettative non si rivelano mai uguali al risultato finale.
Tranne che in questo film.

gorbaciofToni Servillo è Gorbaciof, un alienato e schivo contabile di Poggioreale che si destreggia tra il gioco d'azzardo e uno strambo amore "impossibile"; neorealismo partenopeo e ossessivi piani sequenza al servizio di un'opera prescindibile e noiosa quanto una mano di poker servita male.

hereafterL'ottantenne Eastwood torna a fronteggiare la morte a pochi anni di distanza da Million dollar baby, ma l'esito è infinitamente meno riuscito; primo film davvero discutibile del grande patriarca del cinema contemporaneo americano dai tempi di Space Cowboys, difetta sostanzialmente di una scrittura (seppur del bravissimo Peter Morgan) frammentaria e dispersiva, che cerca di convogliare in maniera estremamente improbabile tre vicende di disperazione e sofferenza.
Approssimativo e sconclusionato.

incontrerailuomodeityoisogniInutile e noioso pastiche sentimentale da un Allen ormai in piena crisi senile: 90 minuti che girano a vuoto attorno a vicende inconcludenti che vorrebbero tracciare un'ideale parabola (cinica, ovviamente) sul senso del trasporto emotivo e sulle dinamiche amorose "fuori tempo massimo" (e non solo).

Da dimenticare nel più breve tempo possibile.

ilritoC'è Anthony Hopkins che fa l'esorcista con approccio naif e slanci "alla John Keating".
Poi viene a sua volta posseduto.
Fico, è?

inceptionIl controverso polpettone psichedelico di Christopher Nolan è l'attualizzazione estremizzata dei concetti già teorizzati (con maggiore efficacia) tempo addietro dai Wachowski sui confini che regolano la percezione del reale con l'astrazione dell'onirico; l'attenzione richiesta dal talentuoso Autore britannico nel cercare di dipanare la complicatissima vicenda, e l'ambizione sfrenata nel tentare di oltrepassare il perimetro metafisico dell'oggetto filmico contribuiscono ad rendere Inception una creazione indefinita, troppo sospesa tra il gelo dell'action movie e il pathos delle riflessioni filosofiche.
Il film meno riuscito di Nolan.

last-nightLui e lei stanno insieme.
Lui va via per un viaggio di lavoro, fuori città incontra una donna e scatta l'immediato flirt.
Lei resta a casa, e in città rivede una vecchia fiamma.
Poi succedono delle robe da "tuttoinunanotte".
I quattro neuroni necessari per concepire un siffatto plot ne richiedono due per la visione; e uno dei due può anche limarsi le unghie, nel frattempo.

theamericanEntusiasta per il formidabile precedente (Corbijn esordì dietro la macchina da presa due anni fa con il meraviglioso Control) ho tagliato i nastri di partenza della Stagione 2010/11 con il fomento di poter almeno in parte replicare le bellissime sensazioni che il grande fotografo olandese mi ha sempre suscitato.
Di contro, la delusione di assistere invece ad uno squallido noir dell'Appennino (…) interpretato da uno stranamente imbolsito George Clooney ha annullato qualsiasi tentativo di "recupero" (sì, splendide inquadrature, ok… però?).
Un film dimenticato già ai suoi titoli di coda.

killerinsidemeL'eclettico Michael Winterbottom cambia per l'ennesima volta registro e si trasferisce nei torridi '50 texani, coadiuvato dal sempre impeccabile Casey Affleck (oggi sempre più una delle grandi speranze dell'America che verrà) nel ruolo di uno sceriffo sociopatico.
Scene torride e bella costruzione della tensione, ma qualcosa scricchiola e troppo spesso il film si siede.
Da un racconto di Jim Thompson.

thetouristAngelina Jolie col botulino. Nino Frassica. Johnny Depp vestito da pinguino che fa le smorfie. Nino Frassica. I canali di Venezia pattugliati da Christian De Sica che fa battute che erano già vecchie quando il Titanic fronteggiò l'iceberg. Nino Frassica. Motoscafi che incrociano gondole su split screen disegnati con qualche vecchia versione di Illustrator. Nino Frassica. Colpo di scena finale degno delle migliori puntate di Beautiful. Nino Frassica. Rocamboleschi inseguimenti in pigiama.
Il peggior film dell'anno, oh yeah.
Ah, Nino Frassica.

thetreeoflifeCome la vita insegna, mai affidare troppe speranze alle grandi aspettative.
Terrence Malick ha costruito il suo "albero" per 35 anni, e nel frattempo ha sfornato – escludiamo il poco riuscito restyling di Pocahontas – tre pietre miliari della cinematografia americana (soprattutto quel Badlands, seminale come pochi); di rimando era lecito mangiarsi le unghie in attesa di.
Il risultato finale è, di contro, la più grossa delusione degli ultimi anni: un ridicolo e didascalico affresco mistico sul senso della vita, a metà tra un documentario della BBC e un delirante apologo new age.
L'ambizione ha divorato Malick; e per favore, qualcuno gli dica che Kubrick non va toccato nemmeno per un omaggio.

unstoppableTony Scott e Denzel Washington per la quinta volta insieme.
C'è un treno che va a manetta e non si ferma, Denzel deve fare qualcosa per evitare il disastro.
Devo ancora spiegare a me stesso il motivo della mia sortita al cinema, quella sera.

wallstreetPoche cose sono cambiate come gli equilibri dell'economia mondiale negli ultimi tre lustri.
Oliver Stone riparte da qui per far tornare sugli schermi quel memorabile Gordon Gekko, autentica icona degli anni '80, e personaggio che il buon Michael Douglas (Oscar 1987) riuscì a scolpire nella memoria collettiva e nella cultura pop di quel tempo.
Il film era Wall Street ed a tuttoggi resta uno dei pochi lungometraggi davvero riusciti del sopravvalutato filmaker newyorchese.
Questo seguito invece si allinea tristemente alla traballante filmografia di Stone; poco incisivo, fiacco, incerto.
Ma in qualche modo specchio di questi tempi.

Stagione cinematografica 2010/11 [Introduzione]

Sesto anno di blog e, seppure con una formula estremamente rimaneggiata rispetto alle trascorse edizioni, anche stavolta ci siamo: la stagione cinematografica 2010/2011 si è conclusa e come gli anni passati (nei post che trovate incolonnati a sinistra sotto le rispettive voci) è ora di tirare le somme.
 
Questo blog ormai esiste solo per il mantenimento della ragione sociale e per una revisione nostalgica dei tempi che furono, ma un paio di volte l'anno si ricorda di "quello che era"… dunque, "classificone time"!
 
Le modalità di pubblicazione saranno differenti dallo standard: solo tre post stavolta.
Uno per indicare i film fuori classifica, un altro per il blocco delle posizioni 11-20, ed un terzo per la top10.
 
Per chiudere, una piccola nota didascalica per ridefinire invece (per chi non mi conoscesse personalmente) il parametro temporale che ho sempre utilizzato per fare questa graduatoria: i film presi in considerazione sono tutti quelli distribuiti in Italia dal 1° agosto 2010 al 1° luglio 2011, quella che viene comunemente intesa come “Stagione Cinematografica”.
Non ho mai fatto riferimento all’anno di produzione (sebbene li troverete indicati) ma alla distribuzione italiana, per un semplice motivo: a parte rari casi, i ritardi nei lanci delle pellicole negli altri paesi che non siano quello di provenienza, fanno sì che da noi quasi tutti i film targati 2010 (nel caso in questione) arrivino nella prima metà del 2011 rendendo difatti impossibile stilare una classifica di fine anno solare.
 
E con questo mi pare tutto, si parte al massimo tra 2-3 giorni: stay tuned!

#5

5

Quando soffi cinque candeline, l’odore della fiamma bruciata che si spande nell’aria ha sempre un profumo particolare.
Anche quando, come in questo caso, non ci sarebbe poi moltissimo da festeggiare.

Nell’ultimo anno questo blog ha vivacchiato sui classificoni cinematografici e musicali di fine anno e su qualche post estemporaneo, un’attività di gran lunga lontana dalle frenetiche pubblicazioni che si sono accavallate senza tregua dal 2006 al 2009.
Potrei giustificarmi tirando in ballo la produzione del disco della mia band che ha assorbito ogni residua energia extra-lavorativa, o potrei citare per l’ennesima volta il refrain di Atlantic City, o potrei dirvi che sono in una fase in cui scrivo meno che in passato.

Potrei anche mettere in piedi una chiusura romantica sulla promessa di ricominciare a buttare carbone nella caldaia come nei bei vecchi tempi di countryfeedback.splinder.com.

E si sa che una promessa è una promessa.
Ma non faccio nulla di tutto ciò.

Soffio le candeline, mi godo l’anniversario e vi abbraccio tutti per esserci stati, in questi cinque anni di parole, parole, parole.
Si va avanti, come sempre.

2010, la top10 (All those wasted hours we used to know)

1
Io e te, e tutti gli altri, un tempo, nei sobborghi.

Mi dicevi che non ce l’avremmo fatta, ma siamo ancora qui; e i ragazzi che giocano davanti a noi sono lo specchio delle ore spese a correre, cantare, imparare.

E anche ad aspettare le cose che non sono mai arrivate.

Stanotte passo a prenderti, e andremo a sentire l’eco di quello che eravamo. The Suburbs è il disco più bello degli ultimi cinque anni.
2
Ho visto i National dal vivo meno di un mese fa e mi sono tolto anche l’ultimo sasso dalla scarpa: queste emozioni sono vere, reali… e il cuore e la passione che i cinque ragazzi dell’Ohio mettono nelle loro canzoni si tocca con mano.

Non che ce ne fosse l’esigenza, ma forse dopo i miracolosi Alligator e Boxer c’era l’ansia di ascoltare un’opera che potesse confermare tutto, convincere anche gli ultimi scettici, e proiettare la band al di sopra di quegli spazi che a fatica hanno conquistato in questi anni.

High violet è forse meno “importante” di Boxer ma ha delle canzoni che prima non c’erano: un’evoluzione compositiva che lascia basiti; una maturità d’approccio che non lascia dubbi: i National sono la band americana migliore in circolazione, assieme a poche altre (Wilco, Low, Arcade Fire…).

Basta ascoltare Terrible love, Bloodbuzz Ohio e Runaway: tre gioielli che rendono inattaccabile questa verità.

3
La metà hard/blues dell’anima di Alan Sparhawk (Low) va a fuoco (e incendia ogni cosa attorno) con questo b-project che ha assunto, con questo secondo bellissimo lavoro, un’importanza ed un peso specifico da tenere assolutamente in considerazione nell’odierno panorama americano.

Le fragorose scorribande seventies di anthem quali Hide it away si infrangono sulle psichedeliche derive di Poor man’s daughter e Your bird: un disco trovato sepolto tra le sabbie del tempo che ha lo straordinario merito di rievocare il senso più puro e cristallino del rock ‘n roll.

4
Mr. E è uno dei pochissimi artisti capaci di strapparsi il cuore dal petto e metterlo in mostra senza troppi pudori e ritrosie.

In End times continua il suo percorso mettendo a nudo la sua anima in maniera quasi “imbarazzante”: fa male al petto sentire il dolore (mai celato) dei suoi tormenti interiori e mai come stavolta Everett ha lavorato su un tessuto sonoro praticamente inesistente per evidenziare in maniera tangibile e senza troppi giri di parole la sofferenza dei “tempi della fine”.

Disco di mezzo della trilogia iniziata con Hombre Lobo, è anche il suo personale Nebraska (capolavoro intimista e doloroso di Bruce Springsteen), magnificamente rappresentato dal senso amaro delle liriche d’apertura: “everything is beautiful and free in the beginning”.

5Michael Gira torna dopo quattordici anni ed un certificato di morte (Swans are dead) per consegnare alle stampe un raccolta di deliri sonici senza controllo e furiose litanie apocalittiche.

No words/no thoughts è un’incipit (di 10 minuti) capace di racchiudere lo spirito selvaggio e claustrofobico di un disco senza compromessi.

Perverso, destabilizzante, malato: un trip da ascoltare con cautela. 

6
Terzo lavoro in quindici mesi per Mark Oliver Everett, e chiusura di un’ideale “trilogia sull’amore”; Tomorrow morning è il suo disco soul, ma è anche il meno riuscito di un catalogo sempre impeccabile e tra i più folgoranti del rock contemporaneo (e non solo).

E’ anche il meno chitarristico, ma tutto concorre a questa atmosfera da “giorno dopo”.

Dopo la passione (Hombre lobo) e dopo la fine (End times), un nuovo mattino per guardare avanti ed esserci ancora.

7Avevo lasciato lo sfolgorante talento di Sufjan Stevens giocare con il monolite Illinois e lo ritrovo, più invecchiato io e più folle lui, dietro un incontrollabile caleidoscopio di suoni (elettronici, quasi esclusivamente) e di liriche fuori dalla grazia di Dio, o di chi per lui.

Un cavallo di razza, impossibile da domare, e una delle speranze per l’America che verrà.

8
Isobel e Mark (la cui carriera solista è ferma ormai da 6 anni) ci riprovano la terza volta, che è meglio della seconda ma peggiore della prima.

La ricetta è sempre la stessa, e anche le abusatissime pietre di paragone (Hazlewood/Sinatra); c’è però l’instant-classic You won’t let me down e una verve, in tutte le tracce, che fa capire che non era solo la storia di una notte.

9
Il disco minore della saga “americana” voluta da Rick Rubin.

Ma pur sempre Cash, con le catene “sudiste” trascinate per terra nella title-track, la voce incerta di chi sta già vedendo quello che c’è oltre, e lo spirito mai domo.

Una raccolta del genere dovrebbe uscire ogni anno, in barba alle sterili polemiche degli snob d’accatto.

10
Il tempo che passa non fa cedere di un millimetro l’etica anticonformista e rivoluzionaria dei Liars; mai dare niente per scontato, e questo disco lo insegna.

Apre Scissor, ipnotica e spiazzante dichiarazione d’intenti: un viaggio narcotico e schizoide senza bussola per orientarsi.
Un disco specchio del proprio tempo.